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La maestra Russa - Storie d'accoglienza

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Da tempo Clelia mi chiede di ospitare l'interprete bielorussa che normalmente accompagna i bambini ospitati d'alcune famiglie di Locate e dintorni. Questo anno ho deciso di trascorrere il Natale a casa e così mi sono resa disponibile.


 






















Ho pensato: -La casa è grande, posso metterle a disposizione una camera con bagno, così siamo indipendenti; la ragazza parla italiano, le do le chiavi, sono libera di muovermi, non sarà quindi un gran disagio- Quando ci si è abituati a vivere soli,  a gestire il proprio tempo senza dover tener conto, finalmente! delle esigenze di altri, la presenza di un ospite non sempre è un gran piacere, ma questa è una cosa che gli altri non capiscono molto. Tutti si preoccupano della tua solitudine, t'incoraggiano ad ospitare qualcuno, - così la sera non sei sola.-
Chissà poi perchè la sera; non mi sembra di avere ancora bisogno della badante; di una segretaria magari si.
Ma bando alle divagazioni. Si avvicina il giorno dell'arrivo della mia ospite, preparo la camera, compro anche un accappatoio nuovo. Il giorno prima Clelia mi annuncia che non verrà l'interprete ma una maestra che, ahimé! non sa una parola d'italiano né d'altra lingua conosciuta; Clelia non la conosce, non sa nulla di lei; sarà tutta una sorpresa all'arrivo in aereoporto. Che fare? Ormai non posso più tirarmi indietro, faccio buon viso a cattivo gioco.
All'orario stabilito il comitato d'accoglienza mi porta la mia ospite: mi presenta una gestile signora di sessanta anni un po' stravolta; poveretta neppure lei sapeva che non c'era l'interprete; ed era anche convinta di essere ospitata insieme ai 2 bambini sordomuti a cui lei insegna il linguaggio dei gesti. Peccato che i bambini saranno ospiti di due famiglie diverse, uno a Locate e uno a Tortona.
Cerco di toglierla dall'imbarazzo; le mostro la sua camera e il bagno ma Sofia, questo il suo nome, dice -niet, niet- non so cosa fare, non riesco proprio a capire cosa vuol dire, ma lei da brava maestra dei sordi, mi fa segni, le guardo le scarpe e allora mi illumino d'immenso: non vuole calpestare il tappeto con gli scarponcini bagnati; già, ora ricordo, loro non entrano mai in casa con le scarpe, questa volta, però è costretta a fare un'eccezione.
Clelia mi ha dotato di un frasario italo-russo, purtroppo un po' povero, per scambiare qualche informazione.
Ma Sofia è proprio una brava maestra: si è munita di un vocabolarietto turistico; non è un granchè nemmeno quello, ma mettendo insieme tutto riusciamo a comunicare.
Dal suo bagaglio escono, come prima cosa, le sue preziosissime ciabatte che colloca nell'ingresso poi iniziano a comparire la serie di "presenti" gli omaggi che ha portato dalla Bielorussia.
La sua borsa è un pozzo senza fondo: escono in continuazione cioccolate, matriosche, portachiavi, vodka, e tovaglie di lino.
Ben presto Sofia si accorge che non ci sento tanto bene così inizia ad usare il linguaggio dei segni: peccato che anche quello è in russo.
Ma si accorge anche che sono un po' smemorata: dimentico le chiavi, il telefono, è un continuo scendere e risalire in casa, tutto ciò complicato dalla presenza dell'allarme.
Adesso, ogni volta che mi accingo ad uscire, Sofia mi dice: -Giovanna chiavi, telphòn.-
Come farò, quando Sofia se ne sarà andata?

 

racconto di Giovanna Chierici